Elia Enrico Picciotto nasce a Istanbul nel 1920 da una famiglia originaria di Aleppo ma di nazionalità italiana. I Picciotto erano legati all’antica comunità ebraica sefardita di Livorno, da dove i loro antenati si erano espansi nei secoli successivi, stabilendo basi in Nord Africa e in Medio Oriente, favoriti da privilegi e accordi commerciali che garantivano loro libertà di movimento. Il padre di Elia Enrico, Raffaele Picciotto, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, assunse il ruolo di ispettore generale del debito pubblico, un incarico che porta lui e la sua famiglia a cambiare frequentemente paese. Nel 1914, Raffaele e sua moglie Latife si sposano ad Aleppo, ma poco dopo le nozze si trasferiscono a Baghdad, dove, nel 1915, nasce il loro primogenito, Ezra Vittorio.
L’anno seguente la famiglia si stabilisce a Istanbul, dove nascono i tre figli: Isacco Alberto nel 1917, Elia Enrico nel 1920 e Daniele Emilio nel 1922. Nel 1924 Raffaele Picciotto decide di trasferirsi con la moglie e i figli a Milano, con l’intento di riunirsi a un fratello che vi risiedeva già da tempo. A Milano, avvia un’attività nel commercio di tessuti insieme ad altri due fratelli, che vivono rispettivamente al Cairo e a Bruxelles.
Elia Enrico ha solo quattro anni quando arriva in Italia, Paese che non fatica a sentire come casa poiché ne parla già la lingua e ne conosce la cultura. Crescendo, il suo senso di appartenenza all’Italia si consolida, soprattutto frequentando le scuole a Milano. Tuttavia, nel 1935, la sua famiglia affronta l’ennesimo trasferimento. Il padre si reca al Cairo per liquidare l’attività commerciale del fratello, nel frattempo venuto a mancare. La questione, però, si rivela più complessa del previsto, trattenendo Raffaele in Egitto. Nel frattempo, la situazione per gli ebrei in Europa si fa sempre più incerta e pericolosa, portando la famiglia a scegliere di trasferirsi al Cairo, dove Raffaele continua a occuparsi del commercio di tessuti.
Qui in Europa la situazione era quel che era
Trascrizione
Intervistatrice:
Quale è il motivo per cui suo padre ha deciso di andare in Egitto?
Enrico Elia Picciotto:
[Va] in Egitto perché lui è socio d’affari con un fratello che abitava al Cairo. Il fratello è morto e lui è dovuto andare lì per liquidare [l’attività commerciale], e – siccome la liquidazione non si faceva in un giorno – è rimasto lì per un lungo periodo di tempo. Intanto qui in Europa la situazione era quel che era. Un nostro amico, un amico dei miei genitori, che era un grande generale italiano, un giorno è venuto da mia mamma dicendo “senti, se tu vuoi essere sicura di essere sempre con tuo marito, o lui torna qua – chè è andato via sei mesi ed era ancora là – oppure [voi andate lì].
Nei ricordi di Elia Enrico, durante la Seconda guerra mondiale la famiglia non affronta particolari difficoltà in Egitto. Lui continua a frequentare la scuola italiana del Cairo e poi si iscrive alla London School of Economic, un’università britannica che aveva una sede anche nella capitale egiziana. Elia Enrico frequenta soprattutto altri italiani, ebrei e non, con i quali è solito fare brevi gite fuori porta o frequentare il circolo Gezira sporting club o le feste dell’Auberge de Pyramides.
Subito dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, la famiglia Picciotto viene espulsa dall’Egitto e ritorna in Italia. L’arrivo a Milano è impresso nella memoria di Elia Enrico che, dopo aver trovato a fatica alloggio in un hotel nel centro, ha assistito alle turbolenze che seguirono l’attentato a Palmiro Togliatti (leader del Partito Comunista) nel luglio del 1948.
C’è stato l’attentato di Pallante a Togliatti
Trascrizione
Elia Enrico Picciotto:
Siamo arrivati a Milano alle 10 di sera e abbiamo incominciato a cercare un albergo che non [riuscivamo a trovare], zero. Poi abbiamo finito per trovare alloggio all’hotel commercio che non c’è più. Lo conosce?
Intervistatrice:
Può dire la via, se si ricorda, o la zona in cui stava l’albergo?
Elia Enrico Picciotto:
In Piazza Fontana. Era già mezzanotte quando siamo arrivati. Alle sette del mattino cominciamo a sentire mitragliatrici, sirene, polizia. Apro la finestra, c’era un carosello sulla piazza del Duomo, [si sparava] a vista. C’è stato l’attentato di Pallante a Togliatti.
Ricostruire una nuova vita in Italia non fu semplice, ma la famiglia poté contare sulle proprie risorse senza dover ricorrere all’assistenza della comunità ebraica italiana. In quegli anni, infatti, le comunità ebraiche italiane erano impegnate nel lungo e arduo processo di ricostruzione, segnate dalle ferite della guerra e delle persecuzioni. Elia Enrico ricorda in particolare via Unione, che rappresentava un luogo fondamentale sia per la rinascita delle istituzioni ebraiche italiane sia per l’assistenza ai numerosi profughi ebrei stranieri che attraversavano l’Italia nel difficile periodo del dopoguerra.
In Via Unione ne è passata di gente
Trascrizione
Intervistatrice:
Quando voi siete arrivati a Milano, siete stati aiutati da qualche organizzazione ebraica, vi siete rivolti alla comunità?
Elia Enrico Picciotto:
No, non ne avevamo bisogno. Probabilmente non ne avevamo bisogno. So che c’era la comunità in Via Unione, se la ricorda?
Intervistatrice:
E quindi voi avevate qualche contatto con Via Unione?
Elia Enrico Picciotto:
C’era il Tempio lì.
Intervistatrice:
Andavate al Tempio?
Elia Enrico Picciotto:
Al Tempio andavamo lì.
Intervistatrice:
Quindi nel ‘48 c’era ancora una comunità che si stava organizzando, era piena di profughi.
Elia Enrico Picciotto:
Sì, piena piena. Io non ero coinvolto, ma lì in Via Unione ne è passata di gente, ne è passata di gente.