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Paese di partenza:

Per TRAME “paese di partenza” indica il paese del Nord Africa o del Medio Oriente in cui l'intervistato ha vissuto per la maggior parte della propria vita prima di arrivare in Italia. Questa definizione segue il criterio archivistico adottato dal CDEC.

Paese di nascita:

Anno di nascita:

Età all'arrivo in Italia: anni

Lascia il paese di origine per ragioni

Il viaggio verso l'Italia non ha previsto tappe intermedie

Arriva in Italia con familiari

La mappa traccia gli spostamenti dell’intervistato/a, concludendosi l’anno dopo il suo arrivo in Italia

Sarine Cohen, conosciuta come Nina, nasce il 29 maggio 1961 ad Aleppo, in Siria. Suo padre, Edmond Cohen, è di origini siriane, mentre sua madre, Lidia Asis, proviene dalla Turchia. I genitori si sposano a metà degli anni Quaranta, stabilendosi in un quartiere di Aleppo dove viveva una comunità ebraica coesa, la cui vita sociale ed economica si intrecciava con quella della comunità musulmana. Il padre di Nina è un punto di riferimento per la comunità ebraica locale, per esempio è lui che in occasione della Pasqua ebraica si occupa di far arrivare dalla Turchia tutto il necessario per le celebrazioni. Nina ricorda la vita di quartiere come un mosaico di volti familiari, un luogo dove tutti si conoscevano e si sostenevano a vicenda.

Le famiglie che hanno vissuto ad Aleppo erano così unite

Nina Cohen:
Mi ricordo che, bella cosa, eravamo uniti malgrado tutte le cose che vi ho raccontato. La cosa più bella tra gli ebrei in Siria – ad Aleppo soprattutto [perchè] io non so niente della vita di Damasco – [è] che le famiglie che hanno vissuto ad Aleppo erano così unite. Cioè, noi sentivamo il problema di una famiglia: correvamo, affiatati tra di noi, calorosi. Sentivamo che qualcuno sta[va] male: litigavano le donne per chi doveva preparare il pranzo a loro, per aiutare questa famiglia. Allora, quando usciva l’uva, dovevamo fare il vino, si mettevano d’accordo le donne [per aiutarsi a vicenda]. Per esempio, tocca a mia madre che doveva fare per tutto l’anno non so quante bottiglie di vino, tutte le sue amiche, dieci donne, venivano in cucina con mia mamma a [pulire] tutti i grappoli dell’uva, a schiacciare con i piedi. Mi ricordo benissimo, [rimanevano] fino all’ultima operazione finché non [veniva] fuori il vino imbottigliato. Il giorno dopo tocca all’altra amica e mia mamma andava da [lei]. Hai capito che bella cosa? Tra di noi era troppo bello!

La famiglia Cohen cresce rapidamente con la nascita di nove figli. Nina conserva con affetto i ricordi di una vita familiare scandita dai riti religiosi e dalle faccende domestiche. Tuttavia, percepisce anche che fuori dalle mura di casa, le condizioni della comunità ebraica sono sempre più minacciate dalle crescenti restrizioni imposte dal governo siriano: la proprietà privata era da tempo un sogno irraggiungibile, e persino gli spostamenti erano fortemente controllati. Non solo era impossibile lasciare il Paese, ma anche solo uscire da Aleppo era un’impresa ardua, tanto che Nina non si allontana mai dalla sua città natale fino a poco prima di lasciare definitivamente la Siria.

Dopo aver frequentato la scuola ebraica fino alle elementari, Nina consegue il diploma di maturità e si iscrive alla facoltà di Economia e Commercio. La sua giovinezza è segnata da un periodo di violenza e terrore quando le strade di Aleppo si trasformano in un campo di battaglia a causa della repressione del governo siriano contro i ribelli appartenenti al movimento dei Fratelli Musulmani. Negli anni Settanta, la situazione diventa insostenibile, e suo padre capisce che non c’è più futuro per i suoi figli in Siria.

Con grande coraggio, i genitori di Nina fanno di tutto per far uscire i figli dal paese. I primi a partire sono due suoi fratelli, che attraversano il deserto fino alla Turchia e da lì riescono a raggiungere Israele. Successivamente, grazie ai cambiamenti promossi dal Ministero degli Affari Esteri statunitense, Henry Kissinger, si aprono più possibilità per lasciare la Siria, soprattutto per le ragazze che dimostrano di dover contrarre matrimonio all’estero. Determinata a sposare un ebreo proveniente da una famiglia di origine egiziana immigrata a Milano, Nina riesce a ottenere un permesso di uscita, non senza difficoltà.

Mio papà dice “ma come faccio? adesso che ho in mano [la possibilità] di farti uscire, come faccio a farti uscire?”

Nina Cohen:
Mi ricordo che mio papà ha detto: “[Maurizio] è tuo cugino, sospettano che stiamo facendo questo trucco, digli se può trovare un amico”. Non so se avete mai sentito [di] un ragazzo italiano che si chiama Davide Kamkhagi, di origini libanese…ma lui comunque [viveva] qui [a Milano]. [Davide] ha detto a Maurizio: non c’è problema, ti aiuto a fare uscire tua cugina [dalla Siria]. Allora, ha fatto tutta la pratica, dopo due anni mi chiamano a Damasco [e mi dicono] “devi venire!”. Io non avevo mai messo il piede fuori dal mio quartiere, addirittura [dovevo andare] fuori Aleppo. Vengono due poliziotti, [io ero] con mio papà e mia mamma perchè dovevamo firmare delle cose in un camion, che paura! [Ci abbiamo messo] sei ore per arrivare al consolato, per firmare delle carte perché era arrivato il mio permesso per uscire [dalla Siria]. Mio papà legge che c’è da pagare tantissimi soldi. Io lì [ad Aleppo], mentre [studiavo] all’università guadagnavo perché ero morah [maestra], ma dovevamo pagare tantissimi soldi. Mio papà dice “ma come faccio? adesso che ho in mano [la possibilità] di farti uscire, come faccio a farti uscire?”. Noi non avevamo mai abbastanza soldi, ci arrangiamo appena , non avevamo mezzi per…allora, manda una lettera alla mamma di mio marito, che grazie a Dio, era benestante [per chiedere] se può aiutarci. Mio papà [le] dice “non posso chieder[le] tutto”, [perciò] tutti i guadagni che ho fatto in quattro anni di insegnamento alla scuola ebraica li ho pagati per uscire, insieme all’aiuto di mia suocera per farmi uscire. Ho pagato, mi ricordo, un mare di soldi, e sono – Baruch Ha-Shem [grazie a Dio]– uscita a testa alta, nel volo e sono arrivata qui in Italia. 

Quando Nina arriva a Milano nel 1983 viene monitorata dall’ambasciata siriana a Roma, che le telefona periodicamente per assicurarsi che non proseguisse il viaggio verso Israele. Quando arriva il momento delle nozze, alla famiglia di Nina viene concesso di lasciare temporaneamente la Siria, ma a un prezzo: uno dei fratelli è costretto a rimanere ad Aleppo, sorvegliato dalle autorità locali, come garanzia del ritorno degli altri familiari. Solo nei primi anni Novanta, il resto della famiglia Cohen riesce ad abbandonare definitivamente la Siria e a emigrare negli Stati Uniti.

A Milano, Nina trova un’accoglienza calorosa da parte della famiglia del marito, che parla la sua stessa lingua. Insieme a loro, inizia a frequentare il tempio di via Guastalla e, passo dopo passo, costruisce una nuova vita in Italia. Dal matrimonio nascono tre figli, che vengono educati nelle scuole ebraiche milanesi e tuttora vivono in Israele.

A Milano, Nina si è dedicata con energia e grande entusiasmo all’insegnamento delle materie religiose nella scuola ebraica di via dei Gracchi, aperta alla fine degli anni Novanta per iniziativa della comunità ebraica libanese milanese.

è un lavoro stupendo, che adoro!

Nina Cohen:
è un lavoro stupendo, che adoro, mi dà molta soddisfazione, mi applico molto, mi arricchisce molto, perchè comunque quando una cosa è vietata per te, allora quando ci è permesso di farla la accogli molto più volentieri di quando è permessa sempre. Siccome, è stata per noi sempre vietata e volevo imparare a scrivere l’ebraico, trovavo una soddisfazione enorme, perché era per me una cosa vietata. Che bello! Leggevo l’ebraico e lo scrivevo, lo trovavo qualcosa di bellissimo. Quando insegnavo delle cose ricordavo tutte queste cose che mi dicevano. Cioè, tu non puoi memorizzare delle cose se non ce le hai scritte, giusto? Allora quando hai la possibilità di scrivere e riesci a mettere tutti gli appunti sotto per iscritto, memorizzi ancora di più, ti arricchisci molto di più.

Storie collegate

Come leggere i data portrait
I dati rappresentati nei data portrait riguardano il genere, l’età all’arrivo in Italia, il decennio di arrivo in Italia, il paese di origine, i motivi della partenza, se il viaggio ha incluso tappe intermedie o è stato diretto e se la persona ha viaggiato da sola o con la famiglia.

Genere ed età all’arrivo in Italia

Femmina, età 0-9

Femmina, età 10-19

Femmina, età 20-29

Femmina, età 30-39

Femmina, età 40-49

Femmina, età 50-59

Femmina, età 60-69

Femmina, età 70-79

Femmina, età 80-89

Femmina, età 90-99

Maschio, età 0-9
Maschio, età 10-19
Maschio, età 20-29
Maschio, età 30-39
Maschio, età 40-49
Maschio, età 50-59
Maschio, età 60-69
Maschio, età 70-79

Maschio, età 80-89

Maschio, età 90-99

Decennio di arrivo in Italia

1940
1950

1960

1970

1980

Paese di origine

Egitto

Iran

Libano

Libia

Siria

Tunisia

Motivi della partenza dal paese di origine

Politici

Economici

Studio

Personali

Viaggio diretto o con tappe intermedie prima dell’arrivo in Italia

Viaggio diretto

Tappe intermedie

Arriva in Italia da solo/a o con familiari

Arriva in Italia da solo/a
Arriva in Italia con familiari

Cos’è un data portrait
Un data portrait è un’interpretazione artistica di un set specifico di dati riguardanti un individuo, che viene quindi ritratto a partire dai dati, anziché raffigurarne l’aspetto fisico come nei ritratti tradizionali. I data portrait sono rappresentazioni visive che mediano tra la visione dell’artista, i dati del soggetto e l’interesse del pubblico (Donath et al., 2010).
Seguendo questo concetto, i data portrait sviluppati da Sara Radice specificamente per il progetto TRAME forniscono un “ritratto” delle persone rappresentate, basato su alcuni dati specifici di interesse per il progetto e indipendente dal loro aspetto fisico.

Bibliografia e crediti
Judith Donath, Alex Dragulescu, Aaron Zinman, Fernanda Viégas, Rebecca Xiong; Data Portraits. Leonardo 2010; 43 (4): 375–383. doi: https://doi.org/10.1162/LEON_a_00011.

I data portraits ideati per questo progetto traggono ispirazione da alcuni progetti di data portraits di Giorgia Lupi, come, per esempio, l’installazione fisica “…Ma poi, che cos’è un nome? ” sviluppata per la Fondazione CDEC presso la Triennale di Milano nel 2018 e i TED Data Portraits del 2017.