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Paese di partenza:

Per TRAME “paese di partenza” indica il paese del Nord Africa o del Medio Oriente in cui l'intervistato ha vissuto per la maggior parte della propria vita prima di arrivare in Italia. Questa definizione segue il criterio archivistico adottato dal CDEC.

Paese di nascita:

Anno di nascita:

Età all'arrivo in Italia: anni

Lascia il paese di origine per ragioni

Il viaggio verso l'Italia non ha previsto tappe intermedie

Arriva in Italia con familiari

La mappa traccia gli spostamenti dell’intervistato/a, concludendosi l’anno dopo il suo arrivo in Italia

Tania Chamma-Srour nasce nel 1950 a Beirut, in una famiglia con profonde radici libanesi. Suo padre, Albert Chamma-Srour, dopo aver studiato a Parigi, torna nella sua città natale e lavora come ingegnere agronomo al Régie des Tabacs, l’ente libanese per la produzione di tabacco. La giornata lavorativa di Albert prosegue nel pomeriggio nella tintoria che gestisce con il fratello, in Rue de Normandie, “nel quartiere degli artisti”, come ricorda Tania. Sua madre, Rosette Braha, avrebbe voluto continuare a studiare, ma le difficoltà economiche della famiglia la costringono a rinunciare ai suoi sogni.

Tania cresce in un ambiente dove la cultura francese è dominante, ma l’arabo risuona altrettanto spesso nelle conversazioni. È circondata dall’affetto dei suoi tre fratelli e delle sue due sorelle. La famiglia vive nel quartiere di Wadi Abu-Jamil, l’antico quartiere ebraico di Beirut, un luogo dove le strade non hanno nemmeno un nome. Anche se a casa non manca nulla, Tania percepisce la povertà che permea il quartiere, contrastata solo dalla vivacità dei luoghi di ritrovo che lo animano. 

era una bella comunità, molto unita

Tania C. S. Kamkaji:
C’è da ridere perché veramente quando ricevevamo la posta non c’era bisogno di dare un indirizzo. Per esempio mio padre si chiamava Albert Chamma-Srour. Si metteva sulla cartolina “Monsieur Albert Chamma-Srour – Rue Wadi Abu-Jamil” e arrivava. Non c’era né numero né niente. Il quartiere intero si chiamava “Rue Wadi Abu-Jamil”. C’era la sinagoga, c’era tutto in quel quartiere, la scuola. Io abitavo proprio di fronte la scuola, cioè…ma neanche cinque minuti a piedi. 

Intervistatrice:
Lei ha idea di quanti potevate essere? Quanti ebrei abitavano in quel…

Tania C. S. Kamkaji:
Pochi, però era una bella comunità, molto unita. C’era addirittura un club dove ogni sabato sera, per esempio, i giovani [si incontravano], quindi non si andava a cercare altrove. Tutti i giovani erano amici tra di loro, si incontravano. [Il club] era dietro alla sinagoga, Maghen Abraham, si chiamava la sinagoga lì. Proprio dietro, c’era un piccolo posto, però tutti i giovani ebrei si incontravano lì. E lì c’era anche un posto dove si faceva…un circolo sportivo, ma proprio per i giovani e lì insegnavo anche. 

Intervistatrice:
Come si chiamava? Era del Maccabi oppure…

Tania C. S. Kamkaji:
Del Maccabi, esattamente del Maccabi. C’era la sinagoga, cioè si entrava nella sinagoga, poi c’era un piccolo passaggio così, proprio a sinistra della sinagoga, si andava avanti e lì c’era il circolo sportivo. Poi, si salivano le scale dove ogni sabato sera tutti i giovani si incontravano, con musica, si ballava, si parlava. 

Da bambina, Tania frequenta la scuola ebraica dell’Alliance Israélite Universelle fino alla terza elementare, poi prosegue gli studi in una scuola cattolica, dove continua la sua formazione in lingua francese. Il sogno della madre di proseguire gli studi trova realizzazione in Tania, che si trasferisce a Parigi per studiare, seguita dai fratelli. La madre, che tiene profondamente all’educazione dei figli, riempie la casa di libri in francese e strumenti musicali.

avevamo il pianoforte, quindi lezioni di pianoforte, la batteria, il sassofono, la chitarra

Tania C. S. Kamkaji:
Dunque, noi in casa nostra, oltre agli studi, [avevamo] una casa piena di strumenti musicali. Quindi avevamo il pianoforte, quindi lezioni di pianoforte, la batteria, il sassofono, la chitarra. Chi passava sotto sentiva sempre la musica a casa nostra di pomeriggio. Mia mamma ci teneva, voleva la musica, voleva che studiassimo. Anche mio padre [ci teneva], però era lei che teneva la famiglia. 

La musica gioca un ruolo centrale nella vita familiare. In casa risuonano le voci dei cantanti francesi come Adamo e Jacques Brel, ma anche quelle degli italiani, come Bobby Solo e Fred Bongusto. Non manca la musica araba, con serate dedicate ad ascoltare dal vivo le grandi cantanti libanesi degli anni Sessanta e Settanta, Fairouz e Sabah. Come molte famiglie ebree di Beirut, anche Tania e la sua famiglia trascorrono i mesi estivi in montagna, tornando in città all’inizio dell’anno scolastico.

Andavamo in montagna da giugno a settembre

Tania C. S. Kamkaji:
Andavamo in montagna da giugno a settembre, finchè la scuola non apriva di nuovo. [Quando] si andava nelle montagne, si prendevano tutti i mobili. Non c’erano nelle case che uno affittava che erano ammobiliate. Quindi c’era un camion che veniva la vigilia [della partenza]: si prendevano i letti, si prendeva il frigo, si prendeva…ma anche il pianoforte. Tutto si prendeva e la casa rimaneva vuota a Beirut. Si andava lì e si passava tutta l’estate

Nell’estate del 1971, Tania si reca a Milano per visitare sua sorella, ed è lì che incontra il suo futuro marito, anche lui di origini libanesi. Quell’incontro segna un cambiamento decisivo nella vita di Tania, che decide di lasciare definitivamente il Libano per sposarsi nell’ottobre dello stesso anno. Da quel momento, Tania torna a Beirut solo una volta l’anno, per festeggiare la Pasqua ebraica con la famiglia. Durante uno di questi viaggi, con i suoi due figli piccoli, scoppia la guerra civile. Ẻ il 1975 e grazie all’aiuto di suo padre, Tania riesce a tornare in Italia sana e salva. Poco tempo dopo, suo padre la raggiunge in Italia per le festività ebraiche di settembre, ma perde tragicamente la vita in un incidente aereo mentre torna in Libano. Con l’intensificarsi della guerra, il resto della famiglia Chamma-Srour lascia Beirut definitivamente nel dicembre del 1975.

Storie collegate

Come leggere i data portrait
I dati rappresentati nei data portrait riguardano il genere, l’età all’arrivo in Italia, il decennio di arrivo in Italia, il paese di origine, i motivi della partenza, se il viaggio ha incluso tappe intermedie o è stato diretto e se la persona ha viaggiato da sola o con la famiglia.

Genere ed età all’arrivo in Italia

Femmina, età 0-9

Femmina, età 10-19

Femmina, età 20-29

Femmina, età 30-39

Femmina, età 40-49

Femmina, età 50-59

Femmina, età 60-69

Femmina, età 70-79

Femmina, età 80-89

Femmina, età 90-99

Maschio, età 0-9
Maschio, età 10-19
Maschio, età 20-29
Maschio, età 30-39
Maschio, età 40-49
Maschio, età 50-59
Maschio, età 60-69
Maschio, età 70-79

Maschio, età 80-89

Maschio, età 90-99

Decennio di arrivo in Italia

1940
1950

1960

1970

1980

Paese di origine

Egitto

Iran

Libano

Libia

Siria

Tunisia

Motivi della partenza dal paese di origine

Politici

Economici

Studio

Personali

Viaggio diretto o con tappe intermedie prima dell’arrivo in Italia

Viaggio diretto

Tappe intermedie

Arriva in Italia da solo/a o con familiari

Arriva in Italia da solo/a
Arriva in Italia con familiari

Cos’è un data portrait
Un data portrait è un’interpretazione artistica di un set specifico di dati riguardanti un individuo, che viene quindi ritratto a partire dai dati, anziché raffigurarne l’aspetto fisico come nei ritratti tradizionali. I data portrait sono rappresentazioni visive che mediano tra la visione dell’artista, i dati del soggetto e l’interesse del pubblico (Donath et al., 2010).
Seguendo questo concetto, i data portrait sviluppati da Sara Radice specificamente per il progetto TRAME forniscono un “ritratto” delle persone rappresentate, basato su alcuni dati specifici di interesse per il progetto e indipendente dal loro aspetto fisico.

Bibliografia e crediti
Judith Donath, Alex Dragulescu, Aaron Zinman, Fernanda Viégas, Rebecca Xiong; Data Portraits. Leonardo 2010; 43 (4): 375–383. doi: https://doi.org/10.1162/LEON_a_00011.

I data portraits ideati per questo progetto traggono ispirazione da alcuni progetti di data portraits di Giorgia Lupi, come, per esempio, l’installazione fisica “…Ma poi, che cos’è un nome? ” sviluppata per la Fondazione CDEC presso la Triennale di Milano nel 2018 e i TED Data Portraits del 2017.