Ebrei di Mashhad
Origini degli ebrei di Mashhad
Già a partire dal IV secolo esistono testimonianze della presenza ebraica nella regione storica del Grande Khorasan — da non confondere con le attuali province iraniane del Khorasan — che comprendeva parti dell’odierno Iran nord-orientale, del Turkmenistan meridionale e dell’Afghanistan settentrionale. Nel Talmud babilonese, un racconto del IV secolo d.C. menziona un membro dell’accademia rabbinica di Pumbedita (nell’attuale Iraq) che si recò a Marv, al confine tra Turkmenistan e Iran. Egli fu accolto dalla comunità ebraica locale, dando però origine a dispute riguardanti la purezza rituale. Ciò suggerisce l’esistenza di differenze liturgiche e halakhiche tra gli ebrei del Grande Khorasan e quelli babilonesi, differenze che nel tempo furono in parte standardizzate dalle autorità religiose della Babilonia.
L’insediamento ebraico moderno a Mashhad
In epoca moderna, la fondazione di una comunità ebraica nell’Iran nord-orientale è collegata al re Nader Shah Afshar (1736–1747). Egli trasferì circa quaranta famiglie ebraiche dalla città di Qazvin, vicino al Mar Caspio, a Kalat-e Naderi, che desiderava trasformare nella nuova capitale dell’Iran. Le famiglie selezionate erano mercanti fidati, probabilmente attivi nel commercio di pietre preziose.
Il margine settentrionale del Khorasan era difficile da controllare poiché molte tribù locali avevano alleanze mutevoli e talvolta collaboravano con predoni o potenze rivali. Trasferendo gruppi direttamente dipendenti dal patrocinio reale e privi di radicamento nelle strutture tribali locali, Nader Shah intendeva creare comunità la cui sicurezza e stabilità fossero strettamente legate allo Stato. In questa categoria rientravano ebrei, armeni e alcuni gruppi artigiani, ma anche clan curdi e turchi reinsediati lontano dai propri territori d’origine.
Nel 1747, mentre il progetto di reinsediamento era ancora in corso, Nader Shah fu assassinato. La maggior parte delle famiglie ebraiche si stabilì allora a Mashhad, in un quartiere chiamato Eid-Gah (“luogo della festa” o “luogo della preghiera dell’Eid”), precedentemente abitato da una comunità zoroastriana.
Le famiglie ebraiche di Mashhad prosperarono economicamente grazie alla loro precedente esperienza mercantile e alla vicinanza geografica alle rotte commerciali della Via della Seta, che collegavano la città a Bukhara e Samarcanda (nell’attuale Uzbekistan), Herat (Afghanistan) e Marv (Turkmenistan). Anche ebrei provenienti da altre regioni dell’Iran si trasferirono a Mashhad, ad esempio da Yazd — soprattutto dopo la carestia del 1770 — e da Kashan nell’Iran centrale, segno del fatto che la città offriva maggiori opportunità economiche e una vita relativamente più sicura per una comunità minoritaria.
Il tumulto dell’Allahdad
Nel 1839 scoppiò un tumulto durante il quale la comunità ebraica fu costretta a convertirsi all’Islam. Sebbene in precedenza alcune persone e famiglie si fossero convertite volontariamente, questo evento — chiamato Allahdad (“dono di Dio”) — fu violento e spinse molti membri della comunità ad accettare l’Islam o a lasciare Mashhad.
Le spiegazioni dell’evento sono diverse. La narrazione più diffusa racconta che una donna — o, secondo altre versioni, un ebreo proveniente da una comunità esterna a Mashhad — avesse ucciso un cane per ragioni mediche. I musulmani di Mashhad interpretarono il gesto come un’offesa al mese sacro di Muharram e iniziarono ad attaccare il quartiere ebraico. Sebbene ciò possa spiegare l’origine immediata della sommossa, potrebbe anche aver costituito un pretesto per esercitare pressioni sulla comunità affinché si convertisse all’Islam. Gli studiosi, infatti, tendono a interpretare l’evento non come il risultato di una singola causa improvvisa, ma come l’effetto di diverse pressioni convergenti: ostilità religiosa, tensioni locali e circostanze politiche che rendevano vulnerabile la comunità.
Le memorie comunitarie ricordano che soltanto pochi membri influenti accettarono ufficialmente l’Islam, mentre altri seguirono l’esempio senza convertirsi formalmente. Dopo questa data, tuttavia, la maggioranza della comunità visse esteriormente come musulmana: pregava nelle moschee, si sposava secondo il diritto islamico e compiva il pellegrinaggio alla Mecca.
È importante sottolineare che la comunità non era omogenea: alcuni accettarono pienamente l’Islam; altri adottarono pubblicamente un’identità musulmana pur mantenendo pratiche ebraiche in privato; altri ancora rifiutarono la conversione e smisero di avere rapporti con i primi due gruppi. Ciò ebbe anche conseguenze economiche: i primi due gruppi riuscirono a mantenere o persino migliorare la propria posizione commerciale, mentre l’ultimo visse in isolamento con scarsi contatti esterni. Non è tuttavia possibile stabilire una relazione causale chiara tra differenze sociali interne e pratiche religiose.
Identità ibride
I diari di viaggiatori come Joseph Wolff — ebreo convertito al cristianesimo — o Ephraim Neumark descrivono la comunità di Mashhad come fortemente influenzata dal sufismo e caratterizzata da appartenenze religiose non rigide né esclusive (prima del 1839). Neumark afferma inoltre che la comunità godeva di grande rispetto presso le autorità cittadine (dopo il 1839).
Tra coloro che lasciarono Mashhad, molti si stabilirono a Herat, dove divennero figure di primo piano della comunità locale. Altri si trasferirono a Bukhara e a Marv, vivendo accanto ad altri ebrei persianofoni ma mantenendo una specifica identità mashhadi. Alcune testimonianze riferiscono che gli ebrei di Mashhad si identificassero come ebrei quando si trovavano in Asia centrale, mentre altri continuarono a mantenere anche all’estero un’identità musulmana.
L’enfasi contemporanea sull’idea che l’identità musulmana fosse soltanto “fittizia”, imposta dall’esterno mentre la comunità avrebbe preservato segretamente una rigida identità ebraica, non si applica all’intera comunità. Alcuni membri ricordavano che fosse ampiamento noto che molti continuassero a praticare tradizioni ebraiche, purché dichiarassero pubblicamente la loro lealtà all’Islam. Potrebbe dunque essere più corretto parlare di identità religiose fluide e stratificate, nelle quali elementi musulmani ed ebraici coesistevano, piuttosto che di una contrapposizione tra un’identità “vera” (ebraica) e una “falsa” (musulmana). Ciò non esclude che la comunità fosse vulnerabile e soggetta a pressioni.
Nonostante la conversione, la vita sociale e culturale-religiosa continuò a prosperare, come dimostra un manoscritto dedicato alla storia di Yusuf (Giuseppe) e Zulaikha. Il testo è una trascrizione giudeo-persiana del poema sufi di Nur ad-Din ‘Abd ar-Rahman Jami, basato sul racconto biblico di Giuseppe e della moglie di Potifar. Fu completato dallo scriba Eliyahu ben Nissan ben Eliyah nel 1853, quattordici anni dopo l’Allahdad, e contiene ventisei preziose miniature. Conservato presso il Jewish Theological Seminary di New York, il manoscritto testimonia una lunga tradizione in cui autori giudeo-persiani adottavano convenzioni letterarie persiane e islamiche nel rielaborare storie bibliche — una tradizione mantenuta viva dalla comunità ebraica di Mashhad nel XIX secolo.
Gli ebrei mashhadi tendevano a sposarsi quasi esclusivamente tra loro, evitando generalmente matrimoni anche con altri ebrei iraniani. Sebbene questa pratica fosse comune tra gruppi minoritari in Iran, tra i mashhadi era particolarmente marcata e continuò fino a pochi decenni fa. Essa viene spesso spiegata con il passato di “cripto-ebrei”, costretti a nascondersi e proteggersi. Inoltre, le testimonianze delle comunità ebraiche di Herat e Bukhara collegano questa pratica anche allo status socioeconomico — i mashhadi si consideravano superiori — e alla legittimità religiosa: gli ebrei bukhari, infatti, talvolta non permettevano ai propri figli di sposare mashhadi a causa dello stigma della conversione.
Si può dunque concludere che la comunità fosse estremamente diversificata: non tutti praticavano l’Islam nello stesso modo, né l’intera comunità era eccezionalmente ricca; mentre alcuni mashhadi godevano di grande prestigio rispetto ad altri ebrei, altri erano invece guardati con sospetto o disprezzo.
L’epoca Pahlavi e l’emigrazione
Con la fine della dinastia qajar nel 1925 e l’ascesa al trono di Reza Shah Pahlavi, l’influenza della religione nella sfera pubblica diminuì, permettendo agli ebrei mashhadi di vivere più apertamente come ebrei. Le scuole religiose non dovettero più operare clandestinamente e l’educazione ebraica non fu più confinata alla sfera privata.
Una scuola ebraica maschile esisteva già prima del 1925 e alcune famiglie mashhadi avevano mandato i propri figli in scuole persiane private. Negli anni Trenta la comunità gestiva una scuola Talmud Torah e un heder per ragazzi, oltre alle scuole statali. La comunità si era ormai espansa oltre il vecchio quartiere verso una nuova zona chiamata Jannat, e una famiglia ebraica di questo quartiere fu la prima della città a possedere un telefono. La comunità gestiva inoltre un caravanserraglio, bagni pubblici, un cimitero e diverse sinagoghe, alcune situate vicino al santuario dell’Imam Reza, il più importante luogo di pellegrinaggio sciita in Iran.
Nel 1946, dopo il ritiro delle truppe sovietiche da Mashhad, si verificarono nuovi tumulti e violenze antiebraiche. Le memorie degli ebrei mashhadi sottolineano spesso il ruolo del governatore o di alcuni ufficiali di polizia che proteggevano personalmente le famiglie, evidenziando il contrasto con periodi precedenti. Tra i possibili fattori scatenanti vi furono accuse — probabilmente infondate — di simpatie “filorusse” tra gli ebrei, parte di uno schema ricorrente in cui gli ebrei venivano accusati di lealtà straniere in tempi di incertezza politica.
Nel 1948 la popolazione ebraica di Mashhad era stimata attorno alle 2.500 persone, ma la maggior parte lasciò la città dopo il tumulto e all’inizio degli anni Settanta ne rimanevano soltanto pochi nuclei. Le prime migrazioni verso Gerusalemme erano già avvenute nel XIX secolo, spesso in relazione ai pellegrinaggi alla Mecca. Alcune famiglie benestanti si erano inoltre trasferite a Londra o in Sudafrica negli anni Venti. In particolare, gli ebrei mashhadi giunti in Palestina tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta si trovarono di fronte ai dubbi del rabbinato riguardo al loro status ebraico. Solo dopo aver presentato una petizione al rabbino capo sefardita Ben-Zion Meir Hai Uziel furono riconosciuti come ebrei secondo la halakhah.
A metà del XX secolo la maggior parte degli ebrei mashhadi si trasferì a Teheran, dove formarono una propria comunità e una propria sinagoga, senza mescolarsi agli altri ebrei. Nel 1979 ebbe luogo una migrazione di massa verso gli Stati Uniti (soprattutto la costa orientale) e Israele. Oggi si stima che circa 10.000 ebrei mashhadi vivano in Israele, formando la più grande concentrazione della comunità al di fuori dell’Iran. Diverse migliaia vivono inoltre negli Stati Uniti (circa 4.000), con comunità più piccole a Milano, Londra e un tempo anche ad Amburgo.
Tra le numerose sinagoghe un tempo presenti a Mashhad, una sola esiste ancora — per quanto noto all’autrice — sebbene non sia più attiva. Oltre alla sinagoga mashhadi di Teheran, a Gerusalemme ne esistono due fondate dai primi immigrati giunti nella città alla fine del XIX secolo. Una di esse presenta all’ingresso una targa che la identifica come la sinagoga degli anusim (“convertiti forzati”) di Mashhad. Fu fondata da Haji Adonya (Adonai) HaCohen e porta il suo nome.
Bibliografia
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