I Beta Israel e l’Italia
I Beta Israel
I Beta Israel sono gli ebrei d’Etiopia, storicamente concentrati negli altopiani settentrionali, in particolare nelle regioni dell’Amhara (vicino alla città di Gondar) e del Tigray e nelle aree rurali circostanti. La loro presenza in La loro presenza in Etiopia risale a molti secoli addietro e la loro identità si è preservata attraverso una tradizione religiosa peculiare, sviluppatasi in larga misura in condizioni di relativo isolamento rispetto ai più noti centri dell’ebraismo europeo, nordafricano e mediorientale. Questo isolamento ha inciso profondamente sulla loro vita religiosa, dando forma a un ebraismo fondato principalmente sulla trasmissione dei precetti dottrinali attraverso la Bibbia in ge‘ez, caratterizzato da una forte enfasi sulle leggi di purezza, sulle norme alimentari e su una struttura di leadership religiosa distinta da quella del giudaismo rabbinico affermatosi altrove.
I loro leader spirituali, comunemente indicati in amarico come qessoch (sacerdoti), erano i custodi dell’insegnamento comunitario, delle pratiche rituali e della trasmissione orale della tradizione. Per lungo tempo, i Beta Israel furono percepiti dall’esterno attraverso uno sguardo oscillante tra sospetto e fascinazione esotica, spesso alimentato dal mito, ormai superato, delle Dieci Tribù Perdute. In Etiopia erano designati con il nome Falasha, termine che significa “straniero” o “esule”: un’etichetta rifiutata dalla comunità, soprattutto dopo l’emigrazione in Israele negli anni Novanta, a favore dell’autodenominazione Beta Israel (“Casa d’Israele”).
All’interno della società etiope i Beta Israel vivevano spesso in una condizione di marginalità, segnata da difficoltà economiche, pregiudizi e limitazioni sociali. Ciononostante, riuscivano a preservare una solida coscienza comunitaria e un profondo senso di appartenenza al mondo ebraico. La storiografia contemporanea ha messo in luce come i dibattiti sull’“autenticità” della loro identità ebraica riflettessero più le categorie normative elaborate dall’ebraismo europeo che la realtà storica e religiosa etiope. Pur non rientrando nei modelli plasmati dal giudaismo rabbinico europeo, i Beta Israel rappresentavano un esempio emblematico di continuità e resistenza ebraica al di fuori dell’immaginario geografico tradizionale della diaspora.
Interesse dell’ebraismo internazionale e il ruolo dell’Italia
La “scoperta” moderna dei Beta Israel a livello internazionale prese forma alla fine del XIX secolo, quando ambienti intellettuali e filantropici ebraici europei iniziarono a considerare i Beta Israel come una comunità da annettere all’ebraismo globale. Questo processo si accelerò nei primi decenni del Novecento grazie all’opera di due orientalisti: Joseph Halévy (1827–1917) e, in seguito, Jacques Faitlovitch (1881–1955), allievo di Halévy, attivista e orientalista ebreo che dedicò la sua vita alla causa dei Beta Israel.
Faitlovitch comprese che il semplice supporto al mantenimento dell’ebraicità dei Beta Israel non sarebbe bastata: riteneva che gli ebrei etiopi avessero bisogno di opportunità educative e di alleati istituzionali per sopravvivere come gruppo ebraico in un contesto segnato dall’attività missionaria cristiana. Per questo sostenne l’idea di inviare giovani studenti Beta Israel all’estero, dove potessero apprendere l’ebraico e le lingue europee, acquisire competenze professionali e poi tornare in patria come insegnanti e leader comunitari.
All’interno di questa rete di solidarietà ed educazione, l’Italia veniva ad assumere un ruolo sorprendentemente centrale. Firenze, in particolare, si affermava come uno spazio privilegiato di incontro, grazie alla presenza di istituzioni e figure intellettuali di primo piano dell’ebraismo italiano. Il rabbino fiorentino Samuel Hirsch Margulies (1858–1922), protagonista autorevole del giudaismo italiano del tempo, accoglieva infatti studenti ebrei etiopi nell’ambiente del Collegio Rabbinico Italiano. Proprio a Firenze, nel 1907, veniva fondato il Comitato Pro-Falascià, destinato a rappresentare una tappa significativa nella storia dell’ebraismo italiano. Il Comitato non solo offrì sostegno economico ed educativo ai giovani Beta Israel, ma diede vita a una delle prime relazioni durature tra gli ebrei etiopi e una comunità ebraica europea. Tra gli studenti più importanti a Firenze vi fu Taamrat Emmanuel (1888–1963), destinato a diventare una figura centrale nell’educazione e nell’attivismo dei Beta Israel. Gli anni italiani furono infatti per lui formativi non solo sul piano accademico, ma anche sul piano umano: costruì relazioni e reti che avrebbero influenzato decenni di collaborazione. Nel mondo ebraico italiano, questi incontri suscitarono curiosità, ammirazione e un crescente senso di responsabilità. La comunità ebraica italiana, pur numericamente ridotta rispetto a quelle dell’Europa orientale, sviluppò una consapevolezza peculiare dell’esistenza degli ebrei d’Etiopia. I giornali ebraici italiani, in particolare Il Vessillo Israelitico, e i dibattiti comunitari iniziarono a trattare i Beta Israel come parte del popolo ebraico, sebbene talvolta filtrati da atteggiamenti paternalistici e razzializzati tipici dell’epoca. Giovani ebrei etiopi vissero, studiarono e interagirono in Italia, e i leader ebraici italiani cominciarono a vedere l’ebraismo etiope come una questione concreta e attuale, non più come un racconto antropologico distante. Questi primi legami si rivelarono fondamentali in seguito, quando crisi politiche e guerre misero in pericolo la vita dei Beta Israel.
L’occupazione italiana fascista in Etiopia
Il rapporto tra l’Italia e i Beta Israel non può essere separato dalle ambizioni coloniali italiane in Africa orientale. Il colonialismo italiano culminato con l’invasione e l’occupazione fascista dell’Etiopia nel 1936 era parte del progetto di espansione imperiale di Mussolini. L’occupazione fu brutale e sanguinaria e indubbiamente razzista, fondata infatti sulla violenza e sulla dominazione, che inflisse enormi sofferenze alla società etiope. Eppure, paradossalmente, creò anche le condizioni che permisero agli ebrei italiani di raggiungere fisicamente i villaggi dei Beta Israel più facilmente che in passato. Nei decenni precedenti, i contatti con l’ebraismo etiope erano stati limitati a causa della distanza, dall’instabilità politica locale e dalla mancanza di risorse per affrontare viaggi e spedizioni in Etiopia. Durante l’occupazione, invece, le vie di comunicazione, le strutture amministrative e la presenza coloniale resero possibile visitare i villaggi dei Beta Israel nell’area di Gondar e conoscere le comunità più da vicino. In questo contesto svolse un ruolo chiave Carlo Alberto Viterbo (1889–1974), figura di spicco del mondo ebraico italiano e legato oggi alla storia dei Beta Israel. Avvocato sionista, giornalista e in seguito direttore del settimanale ebraico italiano Israel, Viterbo sviluppò un profondo impegno verso i Beta Israel attraverso relazioni personali e attivismo politico, ma anche disseminando conoscenza sugli ebrei d’Etiopia attraverso scritti e conferenze. Nel 1936, l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane lo inviò in Etiopia con una missione volta a valutare la situazione dei Beta Israel ed esplorare possibili forme di sostegno per costoro sotto la supervisione del regime fascista. Fu guidato sul posto da Taamrat Emmanuel, che agì come intermediario e traduttore durante la sua spedizione. Nei suoi rapporti, Viterbo descrisse una comunità segnata dalla povertà e dall’indigenza ma caratterizzata da una straordinaria resilienza religiosa. Raccontò dei villaggi in cui la vita rituale ebraica era centrale, le norme alimentari e di purezza erano scrupolosamente osservate e l’identità collettiva resisteva alle avversità contingenti. Allo stesso tempo, mise in guardia contro pericoli gravi: non tanto militari, quanto rispetto alla violenza della privazione e dell’erosione culturale. Una delle minacce principali proveniva dall’attività missionaria cristiana, che si espandeva attraverso scuole, programmi di assistenza e campagne di conversione. Per molte famiglie Beta Israel, l’istruzione missionaria rappresentava l’unica via verso l’alfabetizzazione e la sopravvivenza, ma spesso al prezzo dell’assimilazione culturale. La reazione di Viterbo fu immediata: sosteneva che l’ebraismo mondiale non potesse ignorare gli ebrei etiopi senza una grave colpa morale. Tuttavia, questo attivismo si svolgeva all’ombra del fascismo, e qui emergeva la contraddizione. Gli ebrei italiani medesimi si avvicinavano allora alla catastrofe: le leggi razziali del 1938 li avrebbero privati dei propri diritti di cittadini, e durante la guerra molti sarebbero stati deportati e uccisi. Lo stesso Viterbo subì in seguito la prigionia nel campo di internamento di Urbisaglia. Ciò rese impossibile per l’ebraismo italiano sostenere attivamente la causa dei Beta Israel.
Il secondo dopoguerra: impegno, riconoscimento formale e nuovi orizzonti
Dopo la Seconda guerra mondiale, il rapporto tra l’Italia e i Beta Israel entrò in una nuova fase, segnata dal crollo del fascismo, dal trauma della Shoah e dalla nascita dello Stato di Israele nel 1948. La guerra aveva ridefinito la storia ebraica: l’ebraismo europeo era stato devastato e il concetto stesso di sopravvivenza ebraica aveva assunto una dimensione esistenziale. In questo nuovo contesto, la questione dei Beta Israel divenne ancora più significativa. Gli ebrei etiopi non erano più semplicemente una “tribù perduta” da riscoprire, ma un banco di prova morale per delineare che cosa significasse appartenere al mondo ebraico dopo una tale catastrofe. Gli ebrei italiani, in particolare Viterbo, ripresero il loro impegno con rinnovata intensità. Attraverso il giornalismo, la corrispondenza coi membri dei Beta Israel e la mobilitazione comunitaria per la raccolta di fondi, Viterbo contribuì a mantenere visibile la causa dei Beta Israel nella vita ebraica italiana. Sosteneva non solo che gli ebrei etiopi fossero ebrei a tutti gli effetti, ma che la loro lotta fosse profondamente rilevante per un mondo post-Shoah che proclamava la solidarietà globale tra ebrei. Gli anni del dopoguerra furono però anche segnati da tensioni burocratiche e religiose. I Beta Israel potevano essere accettati secondo la legge rabbinica? Oppure dovevano sottoporsi a conversione? Come andavano trattate le loro tradizioni in un mondo ebraico sempre più plasmato dalle istituzioni statali israeliane e da norme rabbiniche tendenzialmente uniformi? Questi dibattiti non erano solo teologici: portavano con sé implicazioni razziali e politiche. Per i leader dei Beta Israel, i ritardi e lo scetticismo proveniente dalle istituzioni israeliane apparivano come rifiuto, e il rifiuto come discriminazione. Negli anni Sessanta si verificarono momenti di crisi acuta, quando le scuole fondate per i giovani Beta Israel chiusero per mancanza di fondi e la pressione missionaria si intensificò nuovamente. In questo contesto, figure come Yona Bogale (1908–1987), importante educatore ebreo etiope, si rivolsero ai sostenitori all’estero in particolare agli ebrei americani e italiani, avvertendo che la comunità rischiava di perdere i propri giovani e la tradizione religiosa. I circoli ebraici italiani risposero con notevole energia: furono raccolte donazioni, organizzati dibattiti e, in alcuni casi, scuole ebraiche italiane si offrirono di accogliere studenti etiopi. Questa fase mise in luce il ruolo particolare dell’Italia: l’ebraismo italiano, pur numericamente ridotto e ancora in fase di ricostruzione dopo la persecuzione fascista, agì come amplificatore delle voci dei Beta Israel. Non fu solo l’Italia a lottare per il riconoscimento degli ebrei etiopi, ma gli attivisti italiani contribuirono a trasformare la questione in un tema pubblico, non più in limitata e peculiare curiosità. Allo stesso tempo, Viterbo sviluppò una visione dell’assistenza verso i Beta Israel sorprendentemente lungimirante rispetto ai propri contemporanei: sosteneva l’educazione e la modernizzazione degli ebrei etiopi, ma metteva in guardia circa lo sradicamento della tradizione dei Beta Israel in nome della loro assimilazione al mondo ebraico di stampo occidentale. La sua metafora era esplicitamente anti-assimilazionista: l’aiuto, sosteneva, avrebbe dovuto somigliare all’innesto di nuovi rami su un albero antico, rafforzandolo senza reciderne il tronco. Questa visione si rivelò profetica, anticipando i dibattiti successivi sull’integrazione degli ebrei etiopi in Israele, in particolare in relazione al distinto patrimonio culturale, alla lotta contro ogni forma di discriminazione e alla preservazione dell’identità ebraica di costoro come arricchimento per tutto il mondo ebraico. Negli anni Settanta si verificarono svolte decisive nella storia dei Beta Israel: le autorità rabbiniche israeliane riconobbero i Beta Israel come ebrei, ponendo le basi istituzionali per la migrazione. Tali basi si tradussero in azione nel 1984 con l’Operazione Mosè e in seguito nel 1991 con l’Operazione Salomone, una evacuazione di massa che trasferì oltre 14.000 persone in Israele in poco più di un giorno. Viterbo morì nel 1974, proprio mentre la lunga lotta per il riconoscimento stava raggiungendo il proprio successo, ma la sua eredità intellettuale e morale continuò a influenzare la storia degli ebrei d’Etiopia e a tramandare lo speciale legame tra l’Italia e i Beta Israel.
Bibliografia
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