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Paese di partenza:

Per TRAME “paese di partenza” indica il paese del Nord Africa o del Medio Oriente in cui l'intervistato ha vissuto per la maggior parte della propria vita prima di arrivare in Italia. Questa definizione segue il criterio archivistico adottato dal CDEC.

Paese di nascita:

Anno di nascita:

Età all'arrivo in Italia: anni

Lascia il paese di origine per ragioni

Il viaggio verso l'Italia non ha previsto tappe intermedie

Arriva in Italia con familiari

La mappa traccia gli spostamenti dell’intervistato/a, concludendosi l’anno dopo il suo arrivo in Italia

Alfonso Arbib, attuale rabbino capo della Comunità ebraica di Milano, nasce a Tripoli nel 1958, primogenito di Yusef e Ester (Rina) Baranes. Il suo nome originario, Hlafo, molto diffuso tra gli ebrei tripolini, deriva dalla versione giudeo-araba del nome arabo Halfalla, che significa “colui che Dio ha riscattato” (in ebraico Pedatzur).

Cresce nel cuore di Tripoli, in una famiglia di lingua e cultura italiane, profondamente radicata nelle tradizioni ebraiche: l’osservanza della kasherut, il rispetto dello shabbat e la frequentazione del Tempio Bet-El. Sebbene abbia trascorso in Libia soltanto gli anni dell’infanzia, Rav Arbib conserva vividi ricordi della netta differenza tra gli ebrei della città vecchia, nel quartiere detto “hara” — noti per una pratica religiosa più rigorosa — e quelli della città nuova, più flessibili nel rispetto delle tradizioni ebraiche.

Cerimonia di insediamento di rav. Arbib Sinagoga di via Guastalla, Milano, 2005. Archivio Fondazione CDEC

Fino al giugno del 1967, Rav Arbib e le sue tre sorelle frequentano la scuola italiana. Trascorre un’infanzia serena e agiata, sullo sfondo del boom economico innescato dalla scoperta del petrolio in Libia negli anni Sessanta — un periodo di prosperità ben diverso da quello vissuto dalle generazioni precedenti, segnato da maggiori difficoltà. Dalla madre apprende i racconti sulla vita degli ebrei libici prima della sua nascita, quando la comunità, duramente colpita dal conflitto, venne ricostruita anche grazie all’assistenza della Brigata ebraica, formata da soldati provenienti dalla Palestina. Furono loro a promuovere l’insegnamento dell’ebraico e a incoraggiare l’associazionismo giovanile. Solo in età adulta Rav Arbib verrà a conoscenza delle misure di internamento e delle deportazioni subite dalla comunità ebraica durante la guerra.

Il 5 giugno 1967, mentre si trova a scuola, scoppia la Guerra dei Sei Giorni. Le strade di Tripoli sono travolte da violente manifestazioni anti-ebraiche e anti-israeliane. Il padre lo preleva da scuola, ma attraversare la città è troppo rischioso, trovano quindi riparo presso amici nelle vicinanze. Quando finalmente riescono a rientrare a casa, la famiglia è costretta a restare confinata per venti giorni, sopravvivendo grazie al cibo portato dagli amici di Yusef. Successivamente, le autorità locali tentano di trasferirli in un campo di raccolta alla periferia di Tripoli, dove molti altri ebrei avevano cercato rifugio, ma senza successo. Poco dopo, il 25 giugno la famiglia Arbib lascia il Paese, giungendo a Roma come apolidi — una condizione condivisa da molti ebrei libici in quegli anni.

Non avevamo passaporto, gli ebrei non avevano il passaporto

Intervistatrice: 

Con che passaporto siete usciti?

Alfonso Arbib: 

Non avevamo passaporto, gli ebrei non avevano il passaporto, almeno la stragrande maggioranza degli ebrei non aveva il passaporto. Aveva un travel document, [per cui era necessario] un visto di volta in volta. Pochi ebrei avevano il passaporto libico, per cui mio zio, per esempio, aveva il passaporto libico, e altri avevano i passaporti italiano, quello inglese, quello francese, poi c’erano ebrei che avevano altri passaporti. Però normalmente non c’era un passaporto, gli ebrei non avevano diritto ad un passaporto, avevano un documento di viaggio.

Intervistatrice: 

Quindi siete di nazionalità…?

Alfonso Arbib: 

Boh, quando siamo arrivati qua eravamo apolidi.

Intervistatrice: 

Ma quando eravate là?

Alfonso Arbib: 

Nessuna

Intervistatrice: 

Senza nazionalità?

Alfonso Arbib: 

Senza nazionalità, noi non avevamo una nazionalità. per questo parlo di dhimmi comunque. Non è che sei uscito [dalla Libia], hai una bella casa…ma comunque non hai diritto ad avere un passaporto. Altra cosa, a Tripoli le famiglie non potevano partire tutte insieme, dovevi lasciare qualcuno in ostaggio. 

Intervistatrice: 

Questo nel ‘67?

Alfonso Arbib: 

Anche prima, nel ‘67 senza ombra di dubbio. Ma prima del ‘67, se dovevamo andare in Italia, non poteva andare tutta la famiglia. Uno doveva rimanere in Libia, e potevano anche dirti di no, potevano dirti che non potevi partire qualcuno in ostaggio. 

Intervistatrice:

Questo nel ‘67?

Alfonso Arbib:

Anche prima, nel ‘67 senza ombra di dubbio. Ma prima del ‘67, se dovevamo andare in Italia, non poteva andare tutta la famiglia. Uno doveva rimanere in Libia, e potevano anche dirti di no, potevano dirti che non potevi partire

L’arrivo in Italia segna per Alfonso Arbib un momento di liberazione. La conoscenza dell’italiano e la situazione agiata della famiglia facilitano l’adattamento, anche se non può fare a meno di notare le difficoltà che molte altre famiglie affrontano nel ricostruire la propria vita. In quei momenti di incertezza, Piazza Bologna a Roma diventa il punto di ritrovo per gli ebrei tripolini in cerca di notizie, lavoro e di un nuovo senso di comunità.

In Italia, Rav Arbib prosegue gli studi presso la scuola italiana, mentre nel pomeriggio frequenta il Collegio Rabbinico Italiano sotto la guida del Rabbino Capo di Roma, Elio Toaff. Qui ottiene prima il titolo di Maskil e poi la Semikhà, diventando Rabbino Maggiore. Nel 1986, viene chiamato a insegnare materie ebraiche presso i licei della scuola ebraica di Milano, e nel 2005, succede a Rav Giuseppe Laras come Rabbino Capo di Milano.

Storie collegate

Come leggere i data portrait
I dati rappresentati nei data portrait riguardano il genere, l’età all’arrivo in Italia, il decennio di arrivo in Italia, il paese di origine, i motivi della partenza, se il viaggio ha incluso tappe intermedie o è stato diretto e se la persona ha viaggiato da sola o con la famiglia.

Genere ed età all’arrivo in Italia

Femmina, età 0-9

Femmina, età 10-19

Femmina, età 20-29

Femmina, età 30-39

Femmina, età 40-49

Femmina, età 50-59

Femmina, età 60-69

Femmina, età 70-79

Femmina, età 80-89

Femmina, età 90-99

Maschio, età 0-9
Maschio, età 10-19
Maschio, età 20-29
Maschio, età 30-39
Maschio, età 40-49
Maschio, età 50-59
Maschio, età 60-69
Maschio, età 70-79

Maschio, età 80-89

Maschio, età 90-99

Decennio di arrivo in Italia

1940
1950

1960

1970

1980

Paese di origine

Egitto

Iran

Libano

Libia

Siria

Tunisia

Motivi della partenza dal paese di origine

Politici

Economici

Studio

Personali

Viaggio diretto o con tappe intermedie prima dell’arrivo in Italia

Viaggio diretto

Tappe intermedie

Arriva in Italia da solo/a o con familiari

Arriva in Italia da solo/a
Arriva in Italia con familiari

Cos’è un data portrait
Un data portrait è un’interpretazione artistica di un set specifico di dati riguardanti un individuo, che viene quindi ritratto a partire dai dati, anziché raffigurarne l’aspetto fisico come nei ritratti tradizionali. I data portrait sono rappresentazioni visive che mediano tra la visione dell’artista, i dati del soggetto e l’interesse del pubblico (Donath et al., 2010).
Seguendo questo concetto, i data portrait sviluppati da Sara Radice specificamente per il progetto TRAME forniscono un “ritratto” delle persone rappresentate, basato su alcuni dati specifici di interesse per il progetto e indipendente dal loro aspetto fisico.

Bibliografia e crediti
Judith Donath, Alex Dragulescu, Aaron Zinman, Fernanda Viégas, Rebecca Xiong; Data Portraits. Leonardo 2010; 43 (4): 375–383. doi: https://doi.org/10.1162/LEON_a_00011.

I data portraits ideati per questo progetto traggono ispirazione da alcuni progetti di data portraits di Giorgia Lupi, come, per esempio, l’installazione fisica “…Ma poi, che cos’è un nome? ” sviluppata per la Fondazione CDEC presso la Triennale di Milano nel 2018 e i TED Data Portraits del 2017.